Eugenio Galeazzi costituì un'interessante eccezione nel panorama della liuteria italiana del primo Ottocento, di solito popolata da artigiani di umile estrazione ed educazione limitata. Il padre di Eugenio invece, il famoso violinista e didatta torinese Francesco Galeazzi, diede al figlio una formazione di musicista e intellettuale molto accurata: autore di un metodo per il violino tuttora molto apprezzato per lo studio della prassi antica, Francesco lasciò in dote al figlio anche la sua passione per la trattatistica, se è vero che questi scrisse un manuale di liuteria oggi perduto.
Nato nel 1785 e cresciuto nel territorio di Ascoli, il liutaio Eugenio ebbe forse invece meno opportunità di seguire un apprendistato formale o di imitare da vicino esempi della liuteria classica. Il suo lavoro è quindi quello tipico della scuola marchigiana, molto caldo e spontaneo ma che non si può certo definire canonico. Il modello della cassa è ben equilibrato, con C corte e rotonde e un filetto piuttosto ben eseguito. Le effe e la testa sono invece molto particolari: le prime hanno occhi superiori estremamente minuti e quelli inferiori invece molto ampi; la voluta, e specialmente l'occhio, sono molto piccoli e scavati, e la cassetta dei piroli è formata da due linee quasi parallele e con quasi nessun accenno di scavo a livello della gola.